lunedì 18 maggio 2015

Startup, l’equity crowdfunding è un flop ?

Solo due milioni di euro raccolti in due anni, da quando la Consob ha rilasciato il regolamento, ad appena sei società su 22 progetti lanciati. Le ragioni ? Costi, burocrazia e poco appeal. 
L’equity crowdfunding è una (relativamente) nuova forma di investimento per le startup innovative. Consente di finanziarle acquistando titoli di partecipazione, cioè azioni o quote di una specifica società, attraverso portali di raccolta online vigilati dalla Consob che si fanno intermediari di una partecipazione dal basso(come nel classico crowdfunding alla Kickstarter) ma strutturata come un vero e proprio investimento finanziario (come un classico equity investment, cioè l’acquisto di azioni o obbligazioni di società, anche in Borsa). 
L’Italia è stato il primo Paese a dotarsi di un regolamento, cioè di una normativa specifica per questo genere di raccolta fondi su internet, conseguente alle indicazioni contenute nel Decreto Crescita bis del dicembre 2012. Negli altri Paesi la pratica è disciplinata dalle normali leggi sul risparmio gestito. Se ne parlò come di una rivoluzione, quel 26 giugno 2013, quando la Consob – delegata dalla legge – ha pubblicato il regolamento che ha dato il via al nuovo filone di finanziamento.
Ma com’è il bilancio di questi primi due anni di attività? Non esaltante. Anzi, per dirla con le parole di Giancarlo Giudici, docente associato di Finanza aziendale al Politecnico di Milano e componente dell’Osservatorio sul crowdfunding, la cifra raccolta è “ridicola”: siamo sui due milioni di euro.
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Secondo i dati aggiornati al 14 maggio, i portali operativi sono 15(da StarsUp a Next Equity passando per Unica Seed), hanno ospitato in questi due anni 22 progetti in cerca di questo genere di finanziamenti. Solo cinque ce l’hanno fatta (un sesto sta in realtà arrivando). Si tratta di Diaman Tech, Cantiere Savona, Nova Somor, Paulownia Social Project, Bio Erg e ShinSoftware. Per le ultime due la raccolta è ancora aperta ma hanno raggiunto la soglia minima richiesta. Ciascuna startup ha incassato in media poco meno di 336mila euro.
Perché l’equity crowdfunding si sta configurando comeun’occasione persa per le giovani imprese nostrane? Secondo Giudici le ragioni sono diverse. Per esempio l’eccessiva valutazione delle stesse startup, per le quali “si applicano metodi di valutazione da venture capital ad una forma di finanziamento ben diversa”. Poi il fatto che la “folla”, cioè il pubblico che potenzialmente dovrebbe dimostrarsi interessato, ha un potere contrattuale “molto più basso rispetto agli investitori professionali e non c’è possibilità di monitoring efficace né di due diligence pre-investimento”. In altre parole, si va un po’ alla cieca e ovviamente la gente non ha tutta questa voglia di metterci i propri soldi.GRAFICO1
In questi due anni sono poi mancati progetti virali, che catturassero davvero l’attenzione, e la procedura di sottoscrizionedelle quote è onerosa, “costringe a schedare il cliente secondo la Mifid (la direttiva 2004/39/CE) per importi da 500 euro in su, le piattaforme devono chiedere l’assistenza di una banca o società di intermediazione mobiliare e spesso viene negata”. Infine, i “costi troppo alti per la successiva vendita della quota da parte del notaio o commercialista”. Al momento, insomma, il gioco non sembra valere la candela e non riesca a scaldare i piccoli e medi investitori.

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